Yoga e Chiesa cattolica: polemiche, pregiudizi e benefici della pratica con Riccardo De Paolis.

Per chi lo pratica sembra un’assurdità, eppure c’è ancora chi considera lo yoga una pratica demoniaca. Negli ultimi anni il tema dello yoga demoniaco, complice la diffusione dei social network, sono aumentati gli attacchi contro questa disciplina millenaria, accusata da alcuni ambienti religiosi cattolici di allontanare dalla fede cristiana.

Eppure lo yoga viene praticato da milioni di persone per migliorare il benessere mentale, la gestione dello stress e l’equilibrio emotivo. Per capire perché alcuni definiscano lo yoga “demoniaco” abbiamo intervistato Riccardo De Paolis, studioso e insegnante certificato di yoga, mindfulness e meditazione, già ospite delle nostre pagine.

Riccardo De Paolis, maestro di yoga e mindfullness

Perché alcuni cattolici considerano lo yoga una pratica demoniaca?

L’idea che lo yoga demoniaco possa allontanare dalla fede cristiana continua a dividere credenti e praticanti. Lo yoga è unione con l’assoluto, inteso non come un’entità separata o alternativa a Dio, ma come una dimensione dell’essere sempre presente, immanente all’esperienza quotidiana. È uno spazio che non va raggiunto, ma riconosciuto. Secondo lo yoga il nostro corpo è un tempio sacro ed è possibile accedere a uno spazio di sacralità non solo attraverso pratiche psicofisiche, ma in ogni azione che compiamo nel quotidiano.

Rendere sacro il gesto quotidiano significa essere in yoga durante tutte le nostre attività. Quando prepariamo un pasto riconosciamo il dono ricevuto e ringraziamo per ciò che arriva a noi. Quando facciamo la doccia o l’amore ringraziamo del momento presente la vita, la natura o ciò che ciascuno riconosce come sacro, per quell’istante che condividiamo. Quando puliamo la camera o svolgiamo un’azione semplice, possiamo sperimentare uno stato di presenza e unità che le tradizioni spirituali hanno descritto con linguaggi differenti.

Ognuno chiama questa dimensione con nomi diversi. Per uno yogi non fa alcuna differenza dal punto di vista dell’esperienza diretta, pur riconoscendo le differenze storiche, simboliche e teologiche. Non siamo interessati alle ideologie, alle dispute dottrinali o alla comprensione puramente intellettuale. I concetti espressi negli Yoga Sutra (ndr. raccolta di aforismi che descrivono la pratica e gli scopi dello yoga) sono un veicolo, un supporto; ma il supporto, a un certo punto, va “bruciato”, affinché l’esperienza diventi viva e incarnata. Siamo interessati all’osservazione consapevole dell’esperienza fisica, mentale ed energetica al fine di pacificare la mente ed entrare in uno spazio di conoscenza.

Pacificare la mente significa “bruciare” preconcetti, paure, condizionamenti e ideologie. Significa aprirsi al momento presente senza attaccamento, essere in unione con ciò che si fa. Quando mangio, mangio; quando bevo, bevo. Questo stato mentale chiaro e stabile è frutto di una pratica meditativa costante nel tempo, sostenuta da disciplina, determinazione e fiducia. La fiducia è che esiste una dimensione di intelligenza di cui siamo emanazione e dalla quale non siamo separati.

Questo è vero per tutti i ceti sociali, per donne e uomini, per persone eterosessuali, omosessuali o trans, per bianchi e neri, per ricchi e poveri. Tutti possono accedere a questo spazio perché non si accede per concessione o infusione da parte di un’autorità esterna, ma per svelamento. Guru, preti, maestri, quando agiscono con integrità e non manipolano, possono aiutare. Come specchi, mostrano le nostre difficoltà e ci accompagnano nell’incontro con le parti più recondite della mente.

Quando questo processo non è conosciuto o riconosciuto, si tende a pensare che le dimensioni di sofferenza emergenti provengano da entità esterne o demoni. Da un punto di vista della pratica, ciò che viene vissuto come “attacco esterno” è spesso una proiezione di contenuti interiori non riconosciuti o non integrati (le “ombre” o Samskara negativi). Gran parte delle nostre paure nasce dal fraintendimento e dalla mancanza di visione profonda. In noi esistono semi positivi e semi distruttivi. Essi non provengono necessariamente dall’esterno, ma dal modo in cui l’ego si identifica con stimoli interni ed esterni.

Se siamo centrati, le provocazioni esterne hanno un impatto molto ridotto. Se pratichiamo, proteggiamo lo spazio interno ed esterno. Esiste una relazione concreta tra stati mentali abituali e il tipo di situazioni in cui una persona tende a trovarsi coinvolta: non per una legge magica o occulta, ma per dinamiche psicologiche, percettive e relazionali osservabili. Una mente dominata da paura, rabbia o sfiducia è più reattiva, meno lucida e più incline a entrare in contesti disfunzionali. Lo yoga interviene precisamente su questo punto, stabilizzando il centro e riducendo la reattività.

Lo yoga non è una religione, ma una pratica spirituale (una Sadhana). Nel corso della storia è stato integrato in contesti differenti: induismo, buddhismo, sciamanesimo e altre tradizioni. Non siamo interessati a diatribe teologiche che alimentano il potere di chi governa attraverso la paura e il controllo della vita altrui. Lo yoga è un percorso di pace e armonia interiore fondato sull’etica e sulla responsabilità.

La pratica non consiste nello svuotare la mente. La mente non viene mai fermata. Esistono stati in cui si interrompe l’identificazione tra soggetto ed oggetto meditativo e questo appare come interruzione del flusso di pensieri. L’obiettivo non è quello di dimorare in quello stato e non fare nulla. Questo causa scissione, separazione tra esperienza meditativa e vita quotidiana. Non ricerchiamo la liberazione dalla realtà quotidiana ma nella realtà quotidiana. La vita intesa come dono e non qualcosa di ‘sporco’ da cui fuggire in meditazione.

La mente continua ad esistere e generare. Essa è sia totalmente stabile, sia totalmente in movimento. Dipende da quale punto di riferimento ‘percepiamo’ le cose. Ciò che cambia è il rapporto con questi contenuti. Non si sperimenta il nichilismo né l’annullamento, ma l’accesso a una Mente più ampia che tutto permea.

Ogni cosa è fonte di intelligenza: dalle api ai fiori, dai leoni alle piante. Tutto è sacro perché pulsa di forza vitale. I nomi cambiano, ma l’esperienza resta. Se questa visione genera timore o ostilità, è legittimo interrogarsi sulle radici di tale paura. L’essere umano dimentica di essere parte del creato quando soggioga l’altro, quando si erge a detentore di una verità esclusiva, quando distrugge l’ambiente e abusa del prossimo.

Dovremmo chiederci da dove nascano questa rabbia, questa paura, questa insicurezza. Perché abbiamo bisogno di fare la guerra? Lo yoga è un percorso di pace consolidato nei millenni e una lettura che lo interpreta come pratica demoniaca nasce spesso da una conoscenza parziale, ideologica o priva di esperienza diretta.

Tra le accuse più diffuse contro il cosiddetto yoga demoniaco ci sono quelle legate ai presunti rischi spirituali della meditazione.

Yoga e possessioni demoniache: esistono prove sugli “attacchi spirituali” durante la meditazione?

Chi fa queste affermazioni non ha mai fatto yoga e non sa di quali pratiche parli. Se si fa fare yoga a uno schizofrenico o ad una persona con disturbo post traumatico da stress si possono riattivare dimensioni di sofferenza, pertanto esistono studi ed approcci strutturati per accompagnare tipologie di persone a specifiche pratiche di yoga spesso con la supervisione di psicoterapeuti.

Lo spazio meditativo non è accessibile a tutti e nello stesso modo. Se si propongono pratiche di un certo tipo a persone con patologie psichiatriche si possono avere esperienze forti che sono facilmente scambiabili per demoni.

Tuttavia se si fanno riti o invocazioni con una mente intrisa di attaccamento e paura, rabbia e odio, cioè una mente utilitaristica, l’effetto potrà essere anche quello di mettere in moto situazioni indesiderabili. Interno ed esterno corrispondono.

Quindi sì: fare delle pratiche senza sapere perché e cosa, dove e quando e come, comporta dei rischi. Se desideri vincere la lotteria e poi la vinci, non lamentarti poi se vai sul lastrico perché non sei stato in grado di gestire il tuo patrimonio milionario.

Se maneggi una bomba atomica devi aver studiato prima ingegneria, fisica, sapere che ci deve essere un certo ambiente e delle condizioni predeterminate. Pertanto prima di pensare di fare alcune cose, è bene lavorare con se stessi. In sostanza se si fa una pratica spirituale per ottenere prestigio, potere, si deve mettere sul piatto della bilancia che si crea una distorsione attorno a noi perché è l’ego che sta agendo.

Rispetto alle affermazioni dell’esorcista e ai presunti “attacchi” durante la meditazione, è necessaria una riflessione lucida. Lo yoga è una tecnologia della coscienza molto potente: come non si darebbe una macchina in mano a un bambino, così non si dovrebbero proporre pratiche profonde a chi soffre di gravi frammentazioni psichiche o traumi senza una supervisione esperta.

Quelli che vengono descritti come demoni sono spesso frammenti dell’inconscio che emergono quando il rumore esterno tace. Se si pratica con una mente intrisa di bramosia, odio o desiderio di potere, si crea una distorsione energetica perché è l’ego a dirigere l’azione. L’antidoto sono l’etica, la compassione e la costante pratica di meditazione. Meditazione non è contemplazione. Chiacchieriamo già tanto fuori, vogliamo continuare anche nel silenzio meditativo? Silenzio. Il che non vuol dire non avere pensieri ma non inseguirli.

Perché si cercano nemici esterni? Quali sono le cause psicologiche e culturali della paura del diverso?

Lo yoga deve poter portare contentezza, soddisfazione. L’istinto a trovare nemici esterni, a criticare pratiche che non si fanno e di cui si sente parlare, è indice di una mancanza di pace interiore in chi fa certe affermazioni nette ed ideologiche.

Una persona stabile e pacificata troverebbe forse altri modi per descrivere la realtà. Lo sterco serve perché fa da humus. La ‘tentazione’ serve perché ci dice a che punto siamo del percorso spirituale. Non è distinta da noi, ma è quella parte di noi che non comprende, che ha paura e che si rifiuta di riconoscere l’amore.

Siamo un misto di entrambe le cose e lo yoga ci dice: guarda qui, stai qui, respira, ritrova stabilità e pace fisica, respiratoria, mentale. Ama e sii grato di ogni respiro, di ogni colore, di ogni istante. Non è facile perché quando siamo in crisi abbiamo paura, e proviamo sofferenza. Ma se pratichiamo possiamo ritrovare uno spazio interiore, in cui essere sostenuti dall’amore divino. Divino significa ciò che è. Se ci viene in mente una idea del divino è già troppo.

Esistono dimensioni positive e negative, esistono piani di coscienza positivi e negativi, individuali e collettivi, passati, presenti e futuri. Lo yoga vuole coltivare piani di coscienza positivi ma lo scopo ultimo è superare la dualità stessa. Nella dualità vi è ancora sofferenza, paura, attaccamento.

Questo lo si può percepire quando siamo in unione, quando sparisce la paura e quando si comprende non intellettualmente il senso di vita e di morte. Un unicum in cui non vale la legge di causa ed effetto, in cui sparisce spazio e tempo, ma anche una manifestazione lineare nel tempo e nello spazio ed in cui vige la legge di causa ed effetto.

Se ci identifichiamo con ciò che viene percepito allora si rinforza ciò che viene percepito. Allo stesso modo, se frequentiamo situazioni negative, che drenano le nostre energie, allora attireremo quelle stesse energie negative o comunque ne saremo coinvolti in una certa misura, per ‘simpatia’. Quando siamo centrati siamo in grado di trasformare, bruciare queste dimensioni incontrate.

Lo sterco si trasforma in fiore di loto. Per fare questo serve la pratica costante, poche chiacchiere. Chi chiacchiera rimanda e trova scuse per non guardarsi dentro: i rapporti con i propri genitori, le proprie pulsioni sessuali non riconosciute, la paura di amare il prossimo.

Possiamo liberare tutti gli esseri dalla sofferenza se e quando siamo in grado per prima cosa di liberare noi stessi da queste gabbie di paure e costrizioni.

Nel percorso individuale di liberazione dalla sofferenza accadono due cose: la prima, realizziamo i nostri talenti, le nostre passioni, i nostri amori e relazioni. Possiamo farlo se sviluppiamo saggezza, determinazione, etica e compassione. La seconda, in modo non visto, e nel nostro piccolo, aiutiamo il prossimo a liberarsi dalla sofferenza. Anche con il silenzio, con la nostra presenza, con l’ascolto a cuore aperto e senza giudizio. Quindi la pratica non è solipsistica ma collettiva.

“Un’immersione in se stessi” e “un’estasi solitaria”: davvero lo yoga è una pratica da narcisisti, come sostiene un religioso in un suo libro?

Lo yogi non è un narcisista ma una persona che si apre al dolore. Non fuggiamo dal dolore ma lo si incontra per comprenderne la natura. Più sviluppiamo ed alimentiamo il desiderio di fuga, maggiore è il dolore. Questo è chiarissimo in meditazione: più ci muoviamo maggiore è il senso di disagio e dolore. La soluzione è la resa incondizionata ed amorevole.

Sparisce quindi anche l’idea di dover essere salvati da qualcosa, perché si supera quel qualcosa stesso. Tuttavia abbiamo bisogno della grazia divina, della natura di Buddha, della compassione degli antenati e dei saggi precedenti. Che siano sufi, cristiani o indiani d’America. Usiamo gli archetipi di cui abbiamo bisogno per poi superarli. Se non li superiamo rimaniamo incastrati in queste diatribe ideologiche.

Ma va riconosciuto il lignaggio, un insegnamento, un flusso continuo di insegnamento e pratica che emana nel tempo. Rispettare questo ci consente di conoscere come funziona la realtà, la matrix in cui viviamo, per poterla poi superare.

Esistono vari approcci allo yoga, energetici, fisici, psicologici, il pranayama i mudra, i kriya e le pratiche di pulizia del corpo. Personalmente tutto è utile e necessario e la visione che propongo è una costante esplorazione di varie sfaccettature di una medesima realtà. Laddove va la coscienza, essa stessa crea la realtà percepita. Come? Attraverso l’esperienza passata. In gran parte lo yoga è un riscoprire qualcosa di dimenticato: chi siamo, da dove proveniamo, e che senso ha vivere in questa dimensione.  

L’idea che lo yoga sia un “narcisismo solitario” è un errore di prospettiva.  L’immersione in se stessi non è isolamento egoico, ma auto-indagine necessaria (Svadhyaya): come può un essere umano amare davvero il prossimo se non conosce e non padroneggia se stesso?  La realizzazione dei propri talenti e la liberazione dalla sofferenza non sono atti solipsisti, ma collettivi. Quando diventiamo stabili e pacificati, aiutiamo il prossimo anche solo con la nostra presenza e il nostro ascolto senza giudizio.

Si è parlato anche di “manipolazione mentale e fisica”: lo yoga può essere dannoso? Quali sono i rischi reali e quando può non fare bene?

Non tutti sono adatti a tutte le pratiche di yoga e un insegnante deve trattare lo studente con delicatezza e sacralità. Lo yoga non è per il proprio benessere personale. Cosa significa wellbeing? Stare bene lontani dalla nostra ombra? O stare bene con le nostre ombre? Fuggire come con le vacanze estive? Oppure accompagnarci con queste dimensioni, illuminarle, abbracciarle e soprattutto trasformarle?

Vi è una enorme responsabilità di forme di insegnamento non etiche, manipolatorie. Largamente diffuse sono attitudini non etiche, di costrizione, di sciatteria marketing. Abbiamo bisogno di tutto ma come insegnanti è necessario distinguere un abile mezzo da un eccesso di qualcosa che è in azione. Il gruppo di praticanti va protetto con regole ben precise e l’insegnante deve mantenere un confine sano con il praticante.

Lo studente fa da specchio all’insegnante e non tutti gli studenti sono sulla stessa pagina. Spetta all’insegnante trovare il modo di veicolare mezzi e strumenti adatti allo studente per ritrovare stabilità mentale, forza e determinazione ma soprattutto evolvere il proprio stato di coscienza. Non può essere forzato ma è un respiro che si espande se l’altro ha interesse a crescere e conoscere.

Che conclusioni possiamo trarre da queste critiche?

Le teorie sullo yoga demoniaco nascono spesso da interpretazioni ideologiche e da una scarsa conoscenza della pratica yogica.

Chi critica aspramente spesso vive in una dimensione di scissione e guerra interiore. Una persona veramente unificata non sente il bisogno di condannare il percorso altrui. Lo yoga ci insegna a stare con il dolore per comprenderne la natura, non a fuggirne. Più alimentiamo il desiderio di fuga, più il dolore aumenta; la soluzione è la resa incondizionata e amorevole a ciò che è.

In questo contesto, le accuse rivolte allo yoga da parte di alcuni detrattori sembrano derivare da una mancanza di comprensione profonda della sua essenza. Lo yoga non è un’ideologia da temere, ma un percorso di consapevolezza che invita a un’esperienza interiore autentica. La pratica yogica incoraggia la trasformazione personale, promuovendo una connessione più profonda con sé stessi e con il mondo circostante. Pertanto, anziché giudicare, è fondamentale approcciare lo yoga con una mente aperta e un cuore pronto ad accogliere la saggezza che esso offre.

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