Fiale di vaccino anti-Covid19

Un nuovo studio analizza un database interno del ministero della Salute israeliano e riporta centinaia di ricoveri, 67 decessi e numerosi casi di miocardite e pericardite registrati nei mesi successivi all’avvio della campagna vaccinale. Al centro del dibattito ci sono soprattutto i tempi con cui questi segnali furono analizzati e comunicati.

Il database israeliano

Un nuovo studio sottoposto a revisione paritaria riporta alla luce i dati di un database interno del ministero della Salute israeliano dedicato alla farmacovigilanza durante la campagna di vaccinazione contro il Covid-19.

Secondo l’analisi, il database comprende 531 ricoveri ospedalieri e 67 decessi registrati nelle settimane successive alla vaccinazione.

Particolare attenzione viene dedicata agli eventi cardiaci. Una quota rilevante dei ricoveri riguardava infatti casi di miocardite o pericardite.

Il dato risulta ancora più marcato tra i giovani: tra gli under 30, lo studio identifica 151 casi su 211 ricoveri, pari al 71,6%. Tra questi figurano anche 48 persone di età inferiore ai 18 anni.

Le autorità erano già a conoscenza dei segnali?

È soprattutto la tempistica a rappresentare uno degli elementi più controversi della nuova analisi.

Secondo la ricostruzione degli autori, entro il 25 marzo 2021, a circa tre mesi dall’inizio della campagna vaccinale, le autorità israeliane avevano già segnalato a Pfizer 46 decessi, 157 ricoveri ospedalieri e 65 casi di miocardite o pericardite.

Non si tratterebbe quindi, secondo gli autori, di dati ricostruiti a posteriori, ma di informazioni contenute in un sistema di farmacovigilanza operativo all’epoca.

Lo studio indica inoltre un intervallo medio di circa tre giorni tra la vaccinazione e il decesso nei casi analizzati. Un elemento che, da solo, indica una successione temporale ma non consente di stabilire automaticamente un rapporto di causa-effetto.

Il caso della miocardite

La questione della miocardite occupa un posto centrale nella vicenda.

Secondo lo studio, Israele aveva già segnalato alle autorità sanitarie internazionali circa 40 casi entro la fine di febbraio 2021. Nel mese successivo, il database interno avrebbe raccolto ulteriori segnalazioni.

Gli autori sostengono tuttavia che sia trascorso un periodo di circa tre o quattro mesi prima che il segnale relativo alla miocardite arrivasse in modo significativo all’attenzione dei medici e dell’opinione pubblica.

Quando il rischio venne successivamente riconosciuto, le comunicazioni pubbliche lo descrissero come un evento raro e generalmente lieve e transitorio, sottolineando il rapporto complessivo tra benefici e rischi della vaccinazione.

È proprio su questo punto che si concentra la contestazione dello studio: la rappresentazione pubblica del rischio corrispondeva effettivamente alle informazioni già disponibili nei sistemi di farmacovigilanza?

Negli Stati Uniti un’altra analisi sollevava interrogativi

La vicenda israeliana viene accostata dagli autori a quanto emerso negli Stati Uniti dall’analisi dei dati del sistema VAERS e da una successiva indagine del Senato sulla FDA.

Secondo i documenti citati nell’indagine, all’inizio del 2021 la dottoressa Ana Szarfman, medico senior della FDA, e lo statistico William DuMouchel applicarono un metodo di data mining aggiornato ai dati disponibili.

L’analisi avrebbe individuato numerosi segnali statistici che il metodo utilizzato abitualmente dall’agenzia non aveva evidenziato con la stessa modalità. Tra gli eventi segnalati figuravano morte cardiaca improvvisa, infarto miocardico acuto, trombosi ed embolia, oltre ad altri eventi neurologici.

Il rapporto del Senato sostiene inoltre che i risultati furono comunicati a funzionari della FDA tra marzo e luglio 2021 e che, successivamente, alla ricercatrice venne chiesto di interrompere la produzione e la distribuzione di ulteriori rapporti.

Due Paesi, una domanda sulla trasparenza

Il parallelismo tra Israele e Stati Uniti costituisce il fulcro dell’interpretazione proposta dagli autori.

Da una parte, i dati israeliani mostrerebbero che le autorità disponevano già nei primi mesi del 2021 di segnalazioni riguardanti decessi, ricoveri e miocarditi.

Dall’altra, i documenti relativi alla FDA mostrerebbero che analisi interne avevano individuato ulteriori segnali statistici relativi a eventi cardiaci, trombotici e neurologici.

La questione centrale non riguarda soltanto quali dati fossero disponibili, ma anche il modo in cui vennero valutati, comunicati e trasformati in informazioni destinate a medici e cittadini.

Dati, causalità e comunicazione pubblica

La vicenda richiede però una distinzione fondamentale. Un evento registrato dopo una vaccinazione non dimostra automaticamente che sia stato provocato dal vaccino. I sistemi di farmacovigilanza servono proprio a individuare segnali che devono poi essere sottoposti ad analisi epidemiologiche e cliniche per stabilire se esista un rapporto causale.

Allo stesso modo, l’esistenza di dati interni o di segnali statistici non dimostra di per sé l’esistenza di un piano deliberato per occultarli.

È su questo terreno che si concentra oggi il dibattito: quanto rapidamente furono riconosciuti i segnali, quali informazioni erano disponibili alle autorità e con quali criteri vennero comunicate alla popolazione?

Le accuse di un possibile insabbiamento

Nel testo originale, questi elementi vengono interpretati come prova di un più ampio tentativo di occultamento dei rischi associati ai vaccini anti-Covid e persino come parte di una presunta operazione coordinata a livello internazionale.

Si tratta però di una tesi interpretativa, che va distinta dai dati documentali citati. Per dimostrare un coordinamento internazionale sarebbero necessarie ulteriori evidenze che colleghino direttamente le decisioni e le condotte delle diverse autorità.

Resta invece documentata l’esistenza di sistemi di farmacovigilanza, segnalazioni di eventi avversi e discussioni interne sulla loro interpretazione. È proprio su questi documenti che si concentra il nuovo confronto sulla trasparenza delle informazioni relative alla sicurezza dei vaccini.

Il nodo resta la trasparenza

A distanza di anni dall’inizio della campagna vaccinale, i dati analizzati riaprono dunque una questione particolarmente delicata: quando un possibile segnale di sicurezza emerge, quanto rapidamente deve essere comunicato e con quale livello di dettaglio?

La risposta richiede di mettere a confronto database, rapporti di farmacovigilanza, analisi statistiche e comunicazioni ufficiali, distinguendo con attenzione tra semplici segnalazioni, associazioni statistiche e nessi causali dimostrati.

È su questa distinzione, più che sulle interpretazioni più radicali, che si gioca la valutazione dei documenti emersi.

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