Le frequenze minime oggi in uso per la telefonia cellulare e per il 5G sono già “probabili cancerogeni” per l’uomo, causa di tumori al cervello e del nervo acustico. E poiché gli effetti delle frequenze più alte non sono stati studiati, in vista di possibili prossimi innalzamenti dei limiti, occorre effettuare ricerche multi disciplinari, monitorare e “tenere sotto controllo la situazione”.

Il tema dei rischi per la salute del 5G è approdato il 31 maggio al Parlamento Europeo, grazie a un’audizione organizzata da Stoa, il panel per il futuro della scienza e della tecnologia, unità di previsione scientifica del Pe.  A fare il punto sulla situazione attuale esperti e scienziati europei che hanno presentato ricerche e considerazioni in linea con il lavoro di Fiorella Belpoggi, direttrice scientifica dell’istituto Ramazzini di Bologna, che studia da anni gli effetti derivanti dall’esposizione alle onde elettromagnetiche.

Fiorella Belpoggi

Rispetto al 5G, ha spiegato la Belpoggi presentando il suo studio, si sa ancora davvero troppo poco “per procedere con una diffusione capillare su tutto il globo”. Di fatto, parere comune agli esperti europei presenti al panel, l’espansione della rete sta procedendo “troppo velocemente”, rispetto alla mancanza di studi sugli effetti sull’aumento delle frequenze sulla salute umana e di monitoraggio ambientale.  Le valutazioni sono state infatti effettuate sinora solo sulle frequenze più basse in uso, dai 0,45 ai 6 Giga Hertz, mentre risultano del tutto “inadeguati” gli studi sulle frequenze più alte, quelle dai 24 ai 100 Giga Hertz.

La Belpoggi ha ricordato ai parlamentari che oggi le frequenze del 5G sono molto vicine a quelle che noi già utilizziamo, del 3G e del 4G, mentre l’implementazione che si prepara riguarderà le onde millimetriche, cioè frequenze che hanno caratteristiche diverse.

La direttrice scientifica del Ramazzini ha presentato quindi il risultato delle ricerche del suo Istituto sull’impatto per la salute delle frequenze elettromagnetiche, realizzato incrociando dati di migliaia di pubblicazioni. “Abbiamo dovuto suddividere le migliaia di lavori a disposizione, ed è stata fatta una ulteriore distinzione tra i lavori che riguardavano le frequenze più basse e i lavori sulle frequenze più alte, molto scarsi”. Nello studio è stato utilizzato il criterio consolidato utilizzato da Iarc, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, nel 2011, considerando le evidenze sull’uomo, e negli animali sperimentali, e integrando poi queste valutazioni per ottenere una valutazione finale.

Aggiornando tutte le pubblicazioni esistenti sino al 2020, ha spiegato Belpoggi, “abbiamo ancora una volta riscontrato un aumento dei tumori del cervello e del nervo acustico, soprattutto nei forti utilizzatori di telefono cellulare e soprattutto nella parte omolaterale all’uso del telefono cellulare”. Negli animali di laboratorio, sono state aggiornate le evidenze già rilevate nella valutazione dello Iarc. “A quei tempi gli studi erano pochi e con seri limiti. Oggi invece esistono due studi in particolare, condotti su topi di laboratorio nel 2018, uno è quello condotto dal National Toxicology Program negli USA, che ha messo in evidenza un aumento di tumori del cervello e di tumori delle cellule di Schwann, proprio le cellule che rivestono i nervi periferici, e che erano state evidenziate come suscettibili alle radiofrequenze negli studi fatti sull’uomo. L’altro studio è la ricerca svolta dall’Istituto Ramazzini, nella quale anche gli effetti avversi sulla fertilità sono risultati sufficientemente evidenti all’esposizione a queste frequenze”.

La valutazione finale è stata fatta integrando i dati tra studi epidemiologici e studi sperimentali, e “il giudizio finale è che le frequenze attualmente in uso, assieme alle più basse usate dal 5G, che risultano attualmente gli unici dati disponibili sulle radiofrequenze, sono probabili cancerogeni per l’uomo, mentre per quelle più alte non siamo stati in grado di trovare studi adeguati. Per quello che riguarda la fertilità probabilmente nell’uomo c’è una correlazione tra esposizione ed effetti avversi sullo sperma, e possibili effetti avversi sono stati osservati anche nello sviluppo, sia negli studi sperimentali, sia nei bambini con madri esposte ad uso cospicuo di cellulare durante la gravidanza”.

La Belpoggi ha sottolineato che “la situazione è già al momento da tenere sotto controllo”, ricordando che il CNIRP , la Commissione Internazionale per la Protezione dalle Radiazioni Non Ionizzanti, organismo riconosciuto dall’Oms formato da esperti scientifici indipendenti, ha definito come valori di riferimento per la sicurezza i 61 volt/metro sulla base dei soli effetti termici. “Ma gli studi che hanno rilevato effetti ‘non termici’ sono molteplici. E soprattutto nell’uomo sappiamo che sono legati all’uso intenso del telefono cellulare”. 

Soluzioni immediate? Una delle prime azioni da intraprendere, suggerisce  la scienziata ai parlamentari europei, è quella di “chiedere alle case produttrici di produrre telefoni cellulari che siano meno impattanti e che riducano l’esposizione del nostro corpo”. Questo potrebbe essere fatto, per esempio, con semplici dispositivi che permettono il funzionamento del telefono solo quando è a una certa distanza dal corpo. Occorre poi “rivedere i limiti espositivi”, perché quelli attuali sono stati studiati sugli effetti termici. La Belpoggi ricorda che la dose più bassa a cui sono stati evidenziati i tumori di Schwann è di 50 volt/metro. Questo potrebbe essere considerato come “il livello più basso che ha tuttavia ancora dimostrato una reazione avversa”.

Altra soluzione da applicare subito potrebbe essere quella di introdurre misure che riducano l’esposizione, come per esempio il cablaggio. “Certo, tiene a precisare, non si puo’ pensare di usare tutta la tecnologia del 5G con il cablaggio, ma una gran parte, in zone come scuole e ospedali, per esempio, sì”.

Bisogna inoltre attivare quanto prima ricerche scientifiche multi disciplinari, che integrino il lavori di fisici, mondo dell’industria e scienza indipendente. E infine occorrono metodi di monitoraggio dell’esposizione e la promozione di una forte campagna di informazione. “Io sono molto impegnata in questo, e trovo che i cittadini ancora non abbiano capito cosa è il 5G: non sono le frequenze ad avere effetti avversi, ma i campi elettromagnetici che essi generano, quindi – conclude la scienziata – il tema è dei limiti, piuttosto che quello di  implementare nuove frequenze per avere maggiore efficienza. Abbiamo bisogno di progredire, ma sicuramente anche di salvaguardare la salute dei cittadini”.

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